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Io non mi sento italiano – Giorgio Gaber

di Valeria Menga – E’ l’ultimo album di Giorgio Gaber scritto con Sandro Luporini e uscito dopo poche settimane dalla sua morte nel 2003 ed è più attuale di qualunque altro prodotto made in Italy che possediamo. Si presenta sottoforma di manifesto-testamento, che oggi più di ieri suona freschissimo e commovente. Il Signor G. è uno dei nostri più ammirati autori della canzone tricolore, uno dei pochi che ha aperto nuove strade, grazie alla sua affascinante vena poetica. E’ stato uno dei maggiori pionieri del teatro-canzone, un anti-conformista e anarchico per eccellenza. Ci è quasi impossibile definirlo come persona, ma rimane sostanzialmente un solitario, uno spirito libero che si è incamminato, per la maggior parte del tempo, in sentieri personali ignorando completamente ogni tipo di moda e rivestendo il ruolo di “poeta della semplicità”.  Il suo linguaggio è diretto e purissimo, senza cadere nella predica né crogiolarsi nella banalità che si rivolge a un pubblico di convertiti. Come altri, è capace di grande umorismo teso tra l’eleganza e la leggerezza, perché Gaber, come il sommo Faber, è il cantore del popolo degli umili, dei disadattati,trattandoli sempre con rispetto e con un’ironia leggiadra, che non guasta mai. La gente comune, coloro che vivono e popolano le periferie milanesi, diventano protagonisti di storie che hanno un profumo universale. Tra le tante, proprio io non mi sento italiano, rappresenta il signor G. in tutte le sue sfaccettature, colui che interpreta a pieno titolo il ruolo del nobile evasore. Strofe che racchiudono una bellezza esorbitante, provocando brividi con semplici parole comuni, ma incastonate nel testo giusto. Si rivolge, quasi come se stesse parlando personalmente, al Presidente raccontandogli di quest’Italia che non è stata ancora “fatta” e che imperterrita aspetta nell’attesa di un cambiamento.
“Questo bel Paese, forse è poco saggio, ha le idee confuse ma se fossi nato in altri luoghi poteva andarmi peggio”.

 

"La Voce della Luna" di Federico Fellini

di Valeria Menga - Questo è uno dei film di Federico Fellini, realizzato nel 1990. Fu presentato al 43° festival di Cannes ed è stato considerato un film - testamento del regista, girato durante la notte. Il film racconta le avventure del magistrato Gonnella, un paranoico prefetto convinto di complotti, e di Ivo Salvini, sicuro che in fondo ai pozzi di campagna esistano messaggi misteriosi. Egli è un ragazzo semplice e affetto da alcuni disturbi mentali, innamorato di Aldina,la quale lo respinge brutalmente. In una serata di festa del Paese, incontra Gonnella che lo coinvolgerà nelle sue paranoie, portandolo in un rave e sostenendo complotti ai suoi danni, il quale verrà coinvolto anche nei dolci e profondi pensieri di Ivo. Quando infine, i due paesani, dopo contorti discorsi dialettali catturano “una fetta di Luna”, decidono di organizzare una festa in cui si prende coscienza della realtà, dei sogni che vengono infranti e colui che riuscirà ad avere un’idea più chiara sul mondo sarà Ivo, concludendo l’opera con “se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire”.

E’ un film ispirato a Il poema dei lunatici del 1987 di Ermanno Cavazzoni, fu uno dei più sconsolati e ultimi film di Fellini, non solo per i temi di morte e follia, di vecchiaia e solitudine dei protagonisti, ma anche per la costruzione frammentata e per la disordinata ricchezza inventiva. E’ un film che ruota attorno a due idee: di fronte al mistero presente della realtà, l’uomo si pone delle domande di senso ultimo.

La Luna, per l’autore, è il simbolo dell’irraggiungibilità del Mistero; il pozzo, simbolo della profondità della natura; son tutte domande che evidenziano l’atteggiamento di Ivo come bambino, pieno di stupore rispetto a quello che accade. E’ la domanda “perché”, quella che da un senso alla realtà che muove l’uomo. La seconda è la consapevolezza che la domanda dell’uomo implica un raggiungimento. Questo genera paura, perché si è costretti a seguire qualcosa che è un mistero, che non si può afferrare. All’ uomo non basta la domanda, deve capire e Ivo, cerca per questo di identificare la Luna, il pozzo con il Mistero. Fellini per concludere questa opera abbandonata a se stessa, utilizza il termine “silenzio” sottolineando che non bisogna farsi stordire dal continuo bombardamento di risposte che il potere ci impone attraverso le convenzioni sociali. Le domande sono ciò che ti rendono libero.

 

Breve Sguardo al Cinema del Passato

di Valeria Menga - 1896: anno in cui i Fratelli Lumiere portarono il cinema in Italia. I primi film che hanno fatto la storia del nostro cinema erano dei documentari, realizzati da coraggiosi pionieri con una cinepresa a manovella, in cui si raccontavano i fatti di quel tempo. Il primo film fu di Filoteo Alberini nel 1905, “La presa di Roma”, anche se i generi che perlopiù si attecchirono al pubblico riguardavano drammi, passionali e storici, e a volte anche delle comiche. Nel 1906 fu realizzato il primo film sonoro presso il cinema Lumiere di Pisa da Pietro Pierini e, da questo momento fino al 1919, il cinema italiano riscosse gran successo in molte parti del mondo. A questo periodo appartengono capolavori come: “Marc’Antonio e Cleopatra” di Guazzoni; “Cabiria” di Pastrone.. L’Italia fu uno dei Paesi a portare un movimento d’avanguardia nel cinema: Il Futurismo, nel 1916 fu firmato il “Manifesto della Cinematografia Futurista” da Filippo Marinetti. Per questi giovani il cinema rappresentava l’arte perfetta in cui dar forma ai loro “capricci”, possedendo una straordinaria velocità grazie al montaggio e agli effetti speciali, allora presenti.

Alla fine della Grande Guerra, il cinema italiano attraversò un periodo di crisi a causa della nascita di piccole case di produzione che fallivano subito dopo pochi film. Nel frattempo, salì al potere il fascismo, che si preoccupò di rilanciare una cinematografia in declino, fondando nel 1924 l’ Istituto Luce. Fu proprio verso la fine di questi anni che esordirono con gran successo quei registi che diverranno protagonisti dell’era dei “telefoni bianchi”: Blasetti con “Sole”; Camerini con “Rotaie”. La frase mussoliniana che racchiude questo periodo fu “la cinematografia è l’arma più forte”, poiché si realizzavano pellicole in cui venivano esaltate le gesta dell’esercito fascista, con film come “Vecchia Guardia”, “Luciano Serra Pilota”..
Nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia conosce molti lutti ed è in questo periodo che inizia a prendere forma il Cinema Neorealista che si preoccupava di rappresentare la storia del Paese.
In una posizione “autonoma” appaiono le figure di Fellini e Rossellini, i quali ottennero  molti riconoscimenti a livello mondiale e che ancora oggi fanno raccontare con orgoglio il cinema italiano, patrimonio artistico straordinario.

 

“IL SOGNO, TRA LUCI E OMBRE”

Mostra pittorica di
Manuela Lavezzi e Antonio Peluso

La realtà, quella dei ricordi e quella onirica, la comunicazione con se stessi e con l’altro da sé, la coscienza e le emozioni che illuminano e sostanziano le ombre e i chiaroscuri dell’anima. La vita sospesa tra il passato, tra un ricordo, un attimo, una scintilla, e il sogno, la fantasia, il bisogno di fuga e l’esigenza di un porto sicuro.  La vita immersa nella densità della luce e nella limpidezza dei suoi riflessi.

Il buio oltre la siepe del comune conoscere.

INAUGURAZIONE IL 21/02/2014 ORE 21:00
Caffè degli Artisti via Castiglione 47/A Bologna

 

Faber... tra Musica e Poesia

di Valeria Menga - “Pensavo.. è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. (Fabrizio De Andrè)

Basta leggere frasi simili per comprendere quando poesia e note musicali si stringono componendo le migliori opere. Poesia e canzone non hanno mai goduto di tangibili privilegi,ma questo non è dovuto a una mancata ispirazione,quanto a una scarsa considerazione da parte dei contemporanei a produrre negli artisti una profonda sfiducia nel proprio lavoro. Gli uomini sono tutti potenziali artisti,ma purtroppo devono fare i conti con esigenze di vita che con il tempo si sono modificate,trasformando semplici piaceri in insopprimibili necessità. Questo discorso,non può essere tenuto per gli artisti troppo ricchi,perché si sa,per loro vale il contrario.Un innegabile esempio che noi possediamo è rivolto a cantanti e autori che hanno coltivato il gusto per il superfluo,dando maggiore importanza alla parte più “rozza”della loro esistenza,perdendo sia rispetto per la propria arte sia il gusto e la capacità di esercitarla.Questa è una particolarità nota a uno dei cantautori italiani, amato ma anche molto criticato,Fabrizio De Andrè. E’ stato uno dei pochi ad utilizzare un linguaggio crudo e realistico,istaurando un rapporto “assenteista”con i mass-media per paura di essere protagonista e di mostrarsi invadente.

Fece il suo esordio nel 1961 con due brani che hanno segnato il corso della storia NUVOLE BAROCCHE e FU LA NOTTE,senza tralasciare anche lo straordinario duetto con Mina con LA CANZONE DI MARINELLA.Aveva il coraggio,caratteristica che lo ha sempre contraddistinto, indipendentemente dal suo orientamento politico,poiché simpatizzava per i movimenti anarchici,liberisti e pacifisti, di trattare temi particolari come se fossero racconti accompagnati da un letto musicale che hanno la capacità di far immedesimare ogni tipo di ascoltatore. A tal proposito, la bella e melodica “canzone di Marinella”enfatizza e narra una prostituta sedicenne che fu uccisa da un delinquente che la gettò su un fiume. Il cantautore italiano,detto anche “Faber”, reinterpreta la storia cercando di rendere migliore la vita della ragazza e di addolcirne la morte su delle note dolci pronunciate da una chitarra.

Faber, l’11 gennaio 1999,ha lasciato questo mondo con una lezione da trasmettere soprattutto ai giovani: “Ricordate che l’uomo potrà anche conquistare le stelle,ma le sue problematiche fondamentali sono destinate a rimanere le stesse per molto tempo se non addirittura per sempre.”

 

 

AL CUNTÀR e AL CANTÀR di NÒSTAR VÈCC

Gruppo Teorema Editore è lieto d’invitarla all’evento culturale etnomusicale sul dialetto ferrarese:

Sabato 30 Novembre 2013, Ore 15.00 - Sala dei Comuni - Castello Estense di Ferrara

 

Cante, filastrocche, favole, scioglilingua, indovinelli, proverbi e molto altro dei nostri nonni.

 

In dialetto ferrarese.

Cofanetto di 4 CD sul dialetto ferrarese con volume dei testi tradotti in italiano

Con il patrocinio di: Istituto Beni Artistici e Culturali della Regione Emilia Romagna, Provincia di Ferrara, Comune dei Ferrara, UNPLI (Proloco Regionale), Ferrara terra ed acqua

Media partner: Radio sound e Telestense

Interverranno

Gli autori/interpreti:

Alfredina Rossi – Corrado Celada

I Lumera (Ivana Grasso e Jacopo Bonora) – Luca Bonaffini

Cry – Luigi Mosso

e la partecipazione straordinaria di Andrea Poltronieri !!

Maria Cristina Nascosi Sandri : giornalista, studiosa e ricercatrice linguistica

e le autorità che hanno dato il loro patrocinio

Nel corso della presentazione si alterneranno interviste ai protagonisti

ed esibizioni musicali dei brani contenuti all’interno dei CD.

Copertine collana:

Chi di noi ha avuto la fortuna di ascoltare storie e canti da una viva voce, una voce speciale, quella di una nonna o un nonno? Oggi, nel 2013, tra terremoti, crisi e catastrofi mondiali, non c’è più tempo per fermarsi ad ascoltare e così quelle storie e quei canti vengono dimenticati. Anche se il passato risulta molto lontano dal nostro quotidiano, riscoprirlo ci ricorda che proveniamo da esso: ci riporta alle nostre radici culturali, alle origini.

Da tali riflessioni è nata questa inedita collana di canzoni e tradizione ferrarese, genuina e poetica, simpaticamente irriverente e a tratti commovente, che ci restituisce proverbi, filastrocche, canti dei contadini, degli emigranti del secolo scorso e lo spirito e l’arguzia ferrarese, così caratteristica e in quest’opera evidente anche per chi ferrarese non è.

Il M° Corrado Celada, per oltre cinquant’anni primo mandolino dell’orchestra Gino Neri di Ferrara, etnomusicologo e poeta, ci trasporta attraverso serate nelle case contadine, dove tra un sorso e l’altro da una bigoncia di vino si raccontavano aneddoti, si giocava con le canzoni, si sdrammatizzava su dispiaceri e orrori della vita quotidiana, della guerra, dei campi di concentramento, si versava una lacrima serena sui ricordi, si raccontava una barzelletta e si sognava insieme.

Alfredina Rossi ci fa sorridere con la sua freschezza di ottantaseienne doc, lucida, scanzonata e sopra le righe, interpretando a memoria favole, proverbi, indovinelli, canzoncine, mòd ad dìr e zzirudèle a ruota libera, con anche momenti di drammatizzazione da vera attrice, tanto immedesimata e protagonista dei suoi stessi ricordi da diventare irresistibilmente coinvolgente.

I Lumera, gruppo di musica popolare, raccolgono da questo tesoro di stimolanti tradizioni realizzando un progetto originale e sfaccettato nel quale, tra interpretazioni di canzoni della musica popolare ferrarese, contaminate e rivisitate attraverso la musica dei nostri giorni, composizioni musicali su poesie del M° Celada e canzoni originali che prendono spunto dallo spirito più profondo di questa collana, ci accompagnano in un viaggio sonoro unico ed emozionante tra stili e fantasia.

Completa l’opera un volume con i testi in dialetto ferrarese e la relativa traduzione in italiano, del quale la revisione scientifico-dialettale è a cura della Prof.ssa Maria Cristina Nascosi Sandri.

Ferrara, la nostra terra, matrice di una lingua dialettale autoctona terragna, vòlta al risparmio, mai allo spreco, sincopata, come ricordava uno dei nostri maggiori Autori, Alfonso Ferraguti, è madre di una civiltà e di una cultura che vengono da molto lontano, figlie, a loro volta, di quell’acqua che ha per sempre segnato il cammino delle sue creature, l’acqua del Grande Fiume, il Po.

© Photos by Franco Sandri (A.I.R.F.)

http://www.gruppoteorema.com/dialetto/dialetto-ferrarese/

E’ gradita la conferma della partecipazione all’evento.

 

E’ possibile prenotare l’opera inviando una mail a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

Bologna a Modo Nostro ... Alessandra Bertucca

BOLOGNA A MODO NOSTRO - Trame, percorsi, emozioni

Alessandra Bertucca con Voi in "...Bologna in questo libro è l'abbraccio fra le donne e la città, lo scambio di doni reciproci, l'intreccio di vite private e pubbliche, di storie personali e storia cittadina."  presso Bar Senza Nome (via Belvedere 11/B, Bologna), il giorno 4/12/2013, ore 19:30.

Non solo: le parole di questa guida sono le emozioni, i passi, gli sguardi, le luci e le ombre che la città regala a chi sa guardare, ascoltare, sentire".- (dalla Prefazione di "Bologna a modo nostro", a cura di Maria Beatrice Masella e Alba Piolanti)A un anno dalla sua pubblicazione, le autrici festeggiano "Bologna a modo nostro", la guida sentimentale della città di Bologna, presso Bar Senza Nome (via Belvedere 11/B, Bologna),

 

 

Polvere in HD

di Linda Giuliano - Gli Sherpas sono nuovamente sulla neve, o meglio sulla “polvere”, per dirla con i freeriders della montagna. “Into the mind” è in gara al Brescia Winter Filmfest, dal 5 dicembre 2013 al 5 gennaio 2014 ed è l’ultimo film della casa. Un eccellente prodotto di qualità, creatività e originalità, miscelate ad hoc con l’uso di riprese all’avanguardia, di graphic design e di uno scrupoloso sound-design.

Mai vista una “polvere” così. Il team di Sherpas Cinema, prende la neve da Bella Coola, dal Nepal , dal Canada,  dall'Alaska, dalla Bolivia, e perfino dalle grandi catene dell'Himalaya e ce la butta in faccia in alta definizione. E' qualcosa di incredibilmente candido, leggero e dissolubile.

“Abbiamo provato a realizzare riprese che non siano mai state viste prima”, spiega Eric Crosland, co-direttore del film. Per la realizzazione sono stati utilizzati differenti supporti dalle gru Kessler al Cineflex.

Time-lapse mozzafiato, alta definizione e innovative tecniche di montaggio riscattano quella narratività non sempre chiara e difficile da seguire in alcuni passaggi, puntando maggiormente sulla prestazione atletica.

Diviso in capitoli, intervallati dalle immagini della recondita intimità di uno sciamano nepalese, il film zoomma sulla filosofia di vita dei freeskier, contornandolo di una spiritualità che si esperisce solo a contatto con una natura incontaminata, immensa e solitaria.

I nostri occhi rotolano giù dalle vette nepalesi, saltano sugli arredamenti urbani innevati del Canada  con JP Auclair, non si scollano dalle audaci performance degli atleti : Xavier de Le Rue, Kye Petersen, Jimmy Chin ,Renan Ozturk per dirne alcuni.

I paesaggi con cui gli atleti si confrontano sono disarmanti, la grandezza della natura sembra sempre pronta a divorare l’ingenua pretenziosità dell’uomo. Anche se velatamente viene sollevato il tema del riscaldamento globale, non sono mancate difficoltà di ripresa per alcune scene in cui gli sciatori fuggono abilmente dalle valanghe o ne vengono avidamente inghiottiti.Il titolo nasce sulla scorta di una massima buddista : “La mente è tutto. Divieni ciò che pensi “, un'appropriata intestazione se vista come anticipazione del ritratto del genere umano e delle sue scelte, rischiose e non, e di cosa spinge l'uomo a superare i suoi limiti e quelli della natura.

 

 

 

 
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